Progettare dal paesaggio: il punto di vista di un ingegnere

Lavorando sulle trasformazioni del territorio, mi accorgo che il paesaggio viene ancora percepito come un ambito separato: un capitolo a parte, delegato a chi “se ne occupa”. Ma il paesaggio non è una specializzazione: è il contesto che condiziona e orienta ogni disciplina che interviene sui luoghi.

È proprio da questa consapevolezza che nasce il valore del confronto. E il contributo di Mauro Di Prete, direttore tecnico dell’istituto IRIDE, rappresenta per me un esempio concreto di come questo dialogo possa diventare metodo. Non un gesto di cortesia tra professionisti, ma un modo più lucido di affrontare la progettazione: guardando il contesto prima dell’opera, e non il contrario.


Perché il dialogo tra discipline non è un’opzione

Le opere contemporanee non sono solo oggetti tecnici: sono trasformazioni territoriali.
Ogni progetto modifica luoghi, visuali, dinamiche ecologiche, continuità agricole, percezioni.

È ingenuo pensare che una singola disciplina possa governare tutto questo.

Il paesaggista vede l’immagine e il sistema.
L’ingegnere vede la funzione e la fattibilità.
Il geologo vede il corpo del territorio.
Il tecnico ambientale vede le pressioni e le ricadute.

La complessità si affronta in convergenza, non in parallelo.
Quando il paesaggio entra nel processo logico dell’ingegneria, significa che la progettazione sta assumendo una visione più sistemica del territorio.

Il valore del contributo di Mauro sta esattamente qui.


Il paesaggio come metodo progettuale

Una delle criticità più diffuse nella progettazione è l’approccio “opera → contesto”, invece di “contesto → opera”.

Il risultato?
Progetti tecnicamente corretti ma territorialmente anonimi.
Planimetrie su foglio bianco, prive di luogo.
Opere che devono essere “mitigate” perché non sono state pensate dal paesaggio, una logica che ribalta il senso del progettare.

Nella mia, seppur ancora breve, esperienza nel campo delle valutazioni ambientali, ho visto spesso accadere proprio questo: l’opera viene prima, la lettura del contesto dopo. E le relazioni paesaggistiche arrivavano a valle, come documenti postumi chiamati a dare coerenza a qualcosa che non era nato dal territorio.

Un progetto di qualità, invece, parte da qui:

  • dallo spazio percepito
  • dalla geomorfologia
  • dalle relazioni visive
  • dalla logica dei luoghi

È questo il cuore dell’approccio che Mauro porta nel suo contributo: un’opera deve essere immaginata anche da fuori, non solo sezionata da dentro. Parlare di paesaggio non è un gesto estetico, ma un modo più rigoroso e completo di progettare.


Il contributo di Mauro. L’opera vista da fuori

Una parte del suo lavoro tecnico è stata proprio questa: capire come le opere dialogano con ciò che le circonda. Non come estetica, ma come coerenza territoriale.

Qui riporto il suo punto di vista, che incarna perfettamente questa logica di progetto:

Il paesaggio visto da un ingegnere

di Mauro Di Prete

Di norma quanto nel titolo è un’immagine nera o quanto meno molto opaca. Come per dire che le due parole paesaggio e ingegnere sono due parole che non interagiscono. Ma non sempre per fortuna.

Personalmente sono arrivato a pensare al Paesaggio dopo un po’ della mia attività professionale perché essendomi sempre occupato del rapporto tra le opere e l’ambiente ciò non poteva mancare. Prima temi di inquinamento e salute pubblica, poi rapporti con la biodiversità (altra cosa ostica per l’ingegneria!), poi geologia e sottosuolo, acque ecc. ma alla fine tutto questo altro non è che “paesaggio”.

Nel poco tempo libero dipingo, e la maggior parte delle immagini che ho in mente davanti alla tela bianca sono “spazi” aperti, paesaggi (intesi come porzioni di territorio viste da un determinato punto e che sono il risultato dell’interazione tra elementi naturali e, perché no, antropici) liberi dove l’occhio può svincolarsi dalla morsa di tanti elementi concatenati che normalmente caratterizzano le nostre visuali.

Forse proprio in queste riflessioni credo sia riposta la necessità di pensare al paesaggio in rapporto con le opere. In luogo delle isole Pontine lungo un tratto di litorale penserei all’opera di ingegneria. Un rapporto che deve essere “spontaneo”, un elemento che deve essere li perché senza di lui quel paesaggio non è più un paesaggio. Ma questo può essere solo se l’opera di ingegneria è stata pensata anche dal di fuori della stessa.

Gli elaborati di un progetto partono dall’opera e poi la correlano (se va bene) a ciò che è intono. Quante volte le planimetrie di progetto sono redatte su un foglio bianco che potrebbe essere in qualsiasi posto del mondo, e invece no.

Dovremmo imparare a proporre le opere dal di fuori. Pensarle non solo per gli aspetti funzionali, non solo per gli aspetti tecnici ma anche per delineare una percezione e non una concatenazione di cose, un groviglio di elementi giustapposti, ma un’immagine fluida, armonica, naturale.

A chi dà noia la piramide all’entrata del Louvre a Parigi: credo a nessuno e pure i due elementi sono molto discordanti ma sono pensati in modo armonico.

A chi dà fastidio una strada lungo una costa: forse a nessuno ma una strada che taglia la costa con viadotti e gallerie non “piace” a nessuno.

Ogni luogo può ospitare la “sua” opera di ingegneria e non è vero che quest’ultima, magari con delle mitigazioni, può stare ovunque.

Paesaggio pontino, dicembre 2022 — Dipinto di Mauro Di Prete

Cosa insegna questo sguardo a chi progetta

Dal contributo di Mauro emergono tre concetti che chiunque lavori sulle opere dovrebbe considerare:

1. Un’opera non deve “aggiustarsi al paesaggio”: deve nascere dal paesaggio

Un progetto non può essere concepito altrove e poi “calato” nel territorio come seconda fase.
Un’opera è credibile quando sembra inevitabile: quando si percepisce come estensione naturale della struttura territoriale, non come corpo estraneo da addomesticare.

2. La qualità non è estetica: è coerenza

Coerenza non significa parlare lo stesso linguaggio formale, ma essere pensati insieme.

La piramide del Louvre e il palazzo storico che la circonda non hanno nulla in comune, eppure convivono senza frizioni perché condividono una visione.
All’opposto, una strada che recide una costa con viadotti rigidi può funzionare tecnicamente ma resta incoerente con il paesaggio che attraversa.

Il punto non è “bello” o “brutto”: il punto è in dialogo o in conflitto.

3. La mitigazione non è un cerotto

Quando una mitigazione serve a nascondere un’opera, significa che il progetto è partito nel modo sbagliato.
La mitigazione ha senso solo se completa e accompagna il progetto: se dichiara l’inserimento, non se tenta di cancellarne gli effetti.

Integrare non significa occultare. Significa progettare con il luogo, non contro il luogo.


Dal paesaggio al progetto: il futuro della progettazione

La lezione più importante è chiara:
il paesaggio non è un limite alla progettazione, è il suo principio generatore.

E questo semplice cambio di prospettiva ribalta il modo di concepire le opere. Significa:

  • richiamare i progettisti a una responsabilità più alta, tecnica e culturale;
  • ridurre i conflitti tra interventi e contesto;
  • migliorare la qualità progettuale, non solo sul piano percettivo ma anche su quello funzionale;
  • rendere gli interventi più accettabili, comprensibili e sostenibili per i territori che li ospitano.

È la direzione verso cui la progettazione è chiamata a muoversi.
Con o senza norme, la logica è sempre la stessa:

prima il territorio, poi il progetto.


Conclusione

Il contributo di Mauro non è un caso isolato: è un segnale.
Significa che una parte del mondo tecnico ha già iniziato a guardare al paesaggio non come a un elemento da gestire, ma come al punto da cui partire.
È un cambio di prospettiva semplice, ma radicale: sposta l’opera dal centro della scena e rimette il territorio nella sua posizione naturale di riferimento.
Da qui in avanti il confronto tra discipline non è più un “arricchimento”, ma l’unico modo sensato per progettare.


Articolo a cura di:

Margherita De Gennaro – Architetto

Progettazione e Paesaggio

Autore ospite:

Mauro Di Prete – Ingegnere Civile

Direttore Tecnico di I.R.I.D.E. srl dal 2004, lavora da oltre vent’anni nel campo degli studi ambientali applicati alle infrastrutture e alle opere complesse.

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